Ruotando la manopola

Passi il paese senza rendertene conto, conscio solo del fatto che la velocità di crociera deve essere inferiore ai limiti imposti, pena una bella foto ricordo accompagnata da un bollettino postale precompilato recapitata a casa, completa di imprecazioni e di dolori ad un portafoglio già sin troppo provato da una vita che si porta via troppi soldi ogni giorno.

Superi l’ultimo rettilineo, poi una curva a destra ti accompagna ad un ponte in pietra vecchio, molto vecchio che ha visto passare tanti motociclisti prima di te, e poi iniziano le curve, quelle vere, quelli che stavi aspettando e che ogni settimana aneli come ossigeno per un malato, come droga per un drogato, come qualunque cosa che dia assuefazione e dalla quale è dura allontanarsi.

Arrivano le curve la prima, poi la seconda e via via ad inanellare cambi marce, frenate, accelerazioni e soprattutto emozioni pure, come solo certe cose sanno dare, inizi a ruotare la manetta di destra sempre più avidamente, approcci le curve come fossi un animale in caccia, il respiro si sincronizza con le curve e le staccate, si non sei Valentino e nemmeno l’ultimo della MotoGP se è per questo ma ti senti un cavaliere, un’icona, un mitologico centauro, non ci sono pilota e moto ma solo carne e ferro e asfalto.

Arriva il tornante, pinzata davanti e pestata sul pedale del posteriore, via due marce sotto la seconda che tanto il bicilindrico è fatto per girare basso, giù il pesante bestione con il nome straniero accompagniamola in questo momento di equilibri che rispondono solo alla fisica e che molte persone mal tollerano e poi piano piano ruotiamo il polso destro sempre più sino a che serve, senza togliere gli occhi dalla strada sappiamo che è ora di cambiar marcia, avanti con la terza e via a ruotare ancor più avidamente di prima la manopola del gas, il cuore danza nel nostro petto, come i pistoni della cavalcatura, è ovviamente impossibile ma giurerei di sentire i tre cuori andare all’unisono, bestia strana questa moto animata da un’anima che condivide con il suo pilota, da 2 cuori grandi 550 centimetri cubici ciascuno, capaci di pompare tanto e forte e possentemente.

Altre curve in rapida sequenza e via a prendere il passo della strada, giù a destra e poi a sinistra, giù quanto si può, quanto si riesce, ogni domenica sempre un poco di più, sempre un poco meglio, sempre più vicini a grattare qualcosa, una pedana, una marmitta qualcosa da poter raccontare agli amici come fosse un nemico abbattuto, con la paura che fa da naturale contraltare e che ti frena ma mai abbastanza.

E intanto i km passano e la strada cambia arrivi a raggiungere un gruppetto di altre moto e li passi con calma senza strafare perché non hai certo la moto per fare le corse eppure ti sembra di avere il passo ideale non ti rendi conto che è ben altro il passo ideale ma come si può frenare una tale passione, non c’è frenesia nemmeno arroganza è pura passione, è puro amore per una sensazione che travolge i sensi che isola in un angolino della coscienza la razionalità per lasciar sfogare la nostra anima istintiva, il nostro lato bestiale.

Noi non siamo bestie sia chiaro, ma non saprei definire diversamente il cambiamento che certe volte ci piglia e che ci porta a fare ciò che facciamo, guidare una moto è tante cose: sicuramente è divertente, sicuramente è riposante e rilassante ma certe volte, in certe situazione e in certe strade è veramente difficile capire cosa scatta nella testa di uno che ama andare in moto, è come se una specie di Mr Hyde uscisse fuori, sia chiaro non è pericoloso questo alter ego, è solo un po’ più matto di quanto sarebbe il nostro caro Dr. Jekyll nella vita di tutti i giorni.

E poi si sa che i motociclisti amano esagerare le loro storie ma se non si facesse così cosa resterebbe una semplice scampagnata da qui a lì fatta in moto anziché in auto/camper/pullman, troppo noioso non trovate? Roba da suicidarsi prima della pensione, molto meglio farsi due risate e una sana scorpacciata di curve ogni tanto giusto per ricordarsi tra le altre cose quanto siamo vivi e cosa vuol dire far scorrere un po’ di sangue nelle nostre vene.

Quello di prima era il mio modo di approcciare una gita in moto sulla Cisa, la statale della Cisa la numero 62, per me una delle più belle strade da moto, sebbene per molti versi magari banale è sicuramente divertente, il problema è che è posta in una zona sin troppo trafficata da “colleghi” motociclisti che non si limitano a divertirsi ma si sentono dei veri Valentino e alcuni sia chiaro sono veramente bravi eh, però c’è un limite a tutto, soprattutto quando si inizia a invadere la libertà degli altri; ma d’altronde la mamma dei bischeri è sempre incinta e ogni categoria ha i propri bischeri per l’appunto (non sapete cos’è un bischero? Beh ragazzi c’è google oggi su su avanti ).

Come dicevo quello era uno dei miei week end tipici sulla cisa, che poi si trattava di una gita di poche ore solitamente, dato che si partiva la mattina presto, autostrada sino a Pontremoli (MS) per evitare l’orda di autovelox e vigili presenti fino appunto a Pontremoli e poi statale sino al passo, caffè con fetta di torta fatta in casa e poi rientro alla base con il percorso inverso.

Vi assicuro che nonostante la brevità del percorso ne valeva la pena almeno per me, e ancor più divertente era recarsi sul passo d’inverno quando le altre moto sono poche o nessuna e quando i pochissimi automobilisti ti guardano come un marziano e la neve lambisce i lati della strada, senza invaderla sia chiaro.

Ah le mie domeniche findus erano un altro di quegli appuntamenti che avevo iniziato ad amare di più in moto, nessun emulo di Valentino sui passi, poche auto, temperatura ideale per la moto che non si scaldava mai troppo, e poi se ero fortunato paesaggi innevati che difficilmente trovi in moto, certo dovevo bardarmi notevolmente ma con il tempo mi ero attrezzato e quel poco di freddo che pativo qua e là nel corpo aiutava a tenermi ben sveglio e attento alla guida.

La cosa che mi manca di più è fare una bella vacanza seria e ricca di curve e pernotti fuori casa con la moto quello è forse la cosa che più di tante altre mi mancano dell’andare in moto, il giro in moto so che prima o poi tornerò a farlo ma la vacanza con Nadia come quei pochi raduni fatti sarà dura che possa ritornare ora che c’è Luca nella nostra vita; intendiamoci amo mio figlio e non tornerei mai indietro anzi, ma è un fatto che avere dei figli comporta responsabilità e limitazioni che una coppia senza figli non ha, pazienza ci rifaremo quando sarà grande abbastanza per star da solo.

E poi sono stato senza moto, per un periodo dannatamente lungo…eh già senza moto, purtroppo capita, per mille motivi, per mille ragioni diverse si decide anche spontaneamente di rinunciare a una passione tanto grande. C’è chi per esempio preferisce liberarsi dell’amato bene perché il primogenito potrebbe diventare lui stesso motociclista e teme che si possa far male, come se il mondo non sia già di per sé pericoloso anche nel nostro vivere quotidiano.

C’è chi lascia la moto per motivi più banali, come quelli economici ad esempio, un figlio in arrivo, l’acquisto di qualcosa di più importante, il mutuo della casa, insomma ci sono mille motivi buoni, se così vogliamo dire, per vendere la propria motocicletta. Nel mio caso invece si trattò di un esproprio, eh già non avevo pagato tutte le tasse che dovevo pagare quando avevo l’azienda di autotrasporti e la trattenuta del quinto dello stipendio non era motivo sufficiente per evitare l’esproprio della moto e così me l’hanno portata via, un giorno come un altro, senza che potessi farci nulla, nonostante avessi tentato di ricomprarla…

Mi rimarrà per sempre nel cuore quella moto, con tutti i suoi difetti, non tanto perché era comunque un California, una delle moto più belle che la storia del motociclismo possa vantare (almeno secondo il mio parere) ma perchè mi aveva letteralmente insegnato ad andare in moto.

Prima di lei io avevo guidato soltanto un Garelli Eureka Flex del 1972, una Piaggio Vespa 150 Sprint V del 1974 e una Moto Guzzi GT850 del 1972, veicoli splendidi sia ben chiaro che mi avevano dato tanto ma che più che altro avevano contribuito ad aumentare l’amore che già provavo per i motori.

Il California invece era un’altra cosa, era uno passo in più verso la felicità, con lei avevo iniziato davvero ad essere un motociclista, i chilometri fatti con il vecchio GT 850 del 1972 a giro per raduni, vacanze o cazzeggio erano diventati passeggiate da ragazzino, il California era LA moto, con lei una gita di 200 km era diventata al pari di una passeggiata fino al bar sotto casa, e il limite era qualcosa di inesplorabile.

Guidare il California poi era un’esperienza completamente nuova, freni a disco contro i tamburi del vecchio GT, iniezione elettronica contro carburatori mai a punto, e un telaio che sebbene fosse diretto discendente di quello che avevo sul GT era, e se vogliamo è ancora oggi, un riferimento per tante moto.

Guidare il California per me fu una scoperta nuova, era come se non fossi mai andato in moto prima di allora nonostante avessi provato anche altre moto oltre ad essermi sciroppato bei km con il GT, ma guidare il Cali significava ritrovarsi a dover scoprire un amica e imparare a conviverci; il California non puoi semplicemente portarlo come si fa con qualsiasi moto, il California devi saperlo capire perché si danza in due tra le curve, con lei bisogna imparare a interpretare la strada, dargli del lei e capire come Lei interpreta la strada con te, poi piano piano prendi confidenza, incominci a scambiarti delle cortesie, lei ti capisce e ti asseconda, e inizi a guidare davvero, capisci che una volta impostata una curva lei sta lì dove gli hai detto e nemmeno uno tsunami potrebbe smuovere quel titanico telaio, capisci che è come se foste stati forgiati insieme anni prima e separati alla nascita per poi ritornare insieme solo in quel magico momento in cui la moto si inclina e il motore scalpita, la gomma stride mentre morde l’asfalto con il telaio che tiene insieme il tutto e pilota e mezzo si fondono in rilucicante scoppio di calore e passione..

Uscire da una serie di curve dopo un paio di anni in sella al California significava sempre, SEMPRE, anche sotto la pioggia, o nelle peggiori condizioni possibili, ritrovarsi con il sorriso stampato sulla faccia.

Oggi sono passati degli anni da quei momenti eppure quelle sensazioni sono impresse nella mia mente, no meglio, sono impresse nella mia anima come i comandamenti di Mosè, e pensare che da allora sono anche migliorate le mie seppur blande doti di pilota.

Come detto sono rimasto senza moto per un periodo molto lungo, almeno per chi come me ne è stato privato contro la sua volontà e che aveva scoperto solo da poco il vero valore della parola motociclismo, però la perseveranza degli uomini è forse una delle doti migliori che possiamo vantare come specie animale, difatti dopo quattro anni sono riuscito a tornare in sella, ho abbandonato la sicurezza della vetturetta usata tutti i giorni (soprattutto d’inverno) per andare al lavoro pur di poter tornare in sella ad una moto.

La scelta non è finita su una California, bella e passionale come solo il California sa essere, ma su di una moto più “intelligente” se mai si potrà definire intelligente un oggetto su cui si rischia la vita ad ogni incrocio; una Moto Guzzi Breva 1100 i.e. full optional e completa di ABS, che sicuramente male non fa.

Una moto che è stato un ulteriore passo nel mio cammino di crescita motociclistica, eh già perchè questa signora è di una facilità disarmante, soprattutto se sei abituato a portare a spasso gli oltre 2 quintali e mezzo di ferro del California. Il mio Brevone è stata una piacevolissima sorpresa soprattutto quest’anno dove ho davvero iniziato a capire come si scende in piega un po’ più seriamente.

Quello che quest’estate ho provato durante il giro fatto per il memorial Gari & Carver è stato qualcosa che auguro di provare a qualsiasi motociclista; qualcosa che si è presentato in modo del tutto inaspettato e sorprendente. Una sensazione che non provavo da anni ma ancora più forte e potente se vogliamo.

Ma andiamo con ordine.

La giornata inizia con i migliori auspici il tempo è fantastico, d’altronde vivo in una regione splendida e dal clima ottimo per cui niente di nuovo sotto questo fronte. Come ogni domenica dedicata al giro in moto, sempre più rare ahimè, la vestizione diventa un piccolo rito da fare in silenzio in sala in modo da non dar fastidio alla famiglia.

I pantaloni tecnici finiscono nello zaino, troppo pesanti per l’uso di tutti i giorni estivo, andran bene se per caso dovesse piovere, la polo di Anima Guzzista la metto su e la maglietta va nello zaino… poi … dunque visto che ci si ferma a mangiare sarà il caso di dar tregua ai piedoni che con sto caldo negli stivali tecnici soffriranno, via anche le scarpe da ginnastica leggere nello zaino.

Prendi su il porta navigatore, piazza il telefono nello stesso, metti a portata di mano il carica batterie, giacca, guanti leggeri, casco e sottocasco di seta…. si direi che c’è tutto… io sto a posto ? bagno? si un’ultima visita allo svuotatoio e via di sotto per andare e partire.

Appuntamento con Sebastiano e altri amici subito fuori dal casello di Brugnato, da li siamo ripartiti puntando le ruote verso il mitico Bracco, l’idea è quella che ognuno fa il ritmo che si sente, la strada più o meno la conosciamo tutti e quindi il pericolo di perdersi è davvero minimo, detto questo Sebastiano ed io iniziamo subito ad accelerare un poco, così giusto per evitare di farci mancare qualcosa e poco dopo ci siamo persi gli altri, poco male sappiamo dove aspettarli, nel frattempo la dannata manopola destra chiede gradi e il nostro Mr Hyde esce fuori e la asseconda, e iniziamo a prender confidenza con un asfalto non perfetto ma asciutto, con gomme che danno un grip fantastico e con una moto che pare nata per questo.

Prima di affrontare la salita del Bocco, aspettiamo gli altri e io e Sebastiano ci scambiamo un occhiata e un paio di “che figata” nascono spontanei da entrambi. Appena arrivano gli altri facciamo un rapido controllo sul percorso e poi via di nuovo che c’è il Bocco che ci aspetta e anche qui Mr Hyde fa capolino e mi aiuta a girare quella goduriosa manopola, curva dopo curva cerco di tenere il ritmo del V11 di Sebastiano e quando mi sembra di esserci riuscito lo vedo partire a velocità curvatura, ma il Brevone ed io non siamo da meno e iniziamo a spostare il culo di qui e di là a seconda di dove serve, si guida in punta di piedi non più con la pianta appoggiata sulla pedalina e la gomma chiede spazio, la luce a terra diminuisce sino quasi a far tramontare il sole ma il meglio deve ancora arrivare.

Poco prima di Borzonasca ci fermiamo vicino ad un distributore per aspettare gli altri e anche per un rabbocco di benzina, e ancora una volta i commenti di gioia per la splendida giornata si sprecano, entrambi felicissimi per la strada fatta fino ad ora, molto molto bella.

Quando anche gli altri ci raggiungono insieme a nuovi compagni di viaggio e dopo tutti i rabbocchi del caso è la volta del passo della Forcella, non credo di averlo mai fatto prima in ogni caso non l’ho mai fatto come mi è capitato quest’oggi. Come già fatto prima il V11 di Sebastiano inizia a dettare un ritmo decisamente elevato e il Brevone non pare aver intenzione di farsi distanziare, per Diana stiamo pur sempre parlando di una Guzzi, e qui il dr Jekyll scompare completamente… mi ritrovo a fare cose che non avrei mai pensato di saper fare, la moto ed io siamo davvero e per la prima volta un’unica cosa, iniziamo a danzare tra una curva e l’altra come due amanti in un letto enorme, e più aumenta la strada percorsa più non mi capacito di quel che sto facendo…. eppure lo sto facendo io… mi riesce tutto facile come se non avessi fatto altro per tutta la mia vita… la moto scende in piega e la luce che prima imperava tra ruote, telaio e asfalto ora scompare, sconfitta dalla forza di una percorrenza perfetta, ogni curva è un pezzo di paradiso che si mostra ai miei occhi come una nebbia che si dipana piano piano per lasciar spazio ad una splendida alba.

Una macchina, ora devo sorpassare ma le curve son troppo vicine non so se riesc….. fatto! E la curva dopo è chiusa in modo esemplare … mi sento dio … SONO DIO!!!

Una lacrima inizia a scendere da un occhio ed io rido, rido davvero sono felice come raramente lo sono stato, soprattutto ultimamente con tutti i casini e i problemi, rido ma spero anche che sta dannata lacrima scenda giù veloce che non ho nessuna voglia di rallentare per asciugarla. Nel frattempo il V11 di Sebastiano è sparito da tempo ma io non gli ho dato peso, stavo solo pensando a noi due, e devo continuare a farlo perchè la strada non è ancora finita e invece si …. ecco qui il rettilineo …. e laggiù Sebastiano che aspetta a bordo strada….

Questa volta non ci diciamo niente… stiamo ridendo tutti e due, e ci capiamo così poi mi avvicino e allora iniziamo a commentare tra di noi quanto è stato bello. Poi arrivano anche gli altri non molto dopo di noi, segno che non siamo stati gli unici a divertirsi sul Forcella, e infatti gli sguardi di tutti sono piuttosto soddisfatti, anche perchè oltre ad avere una serie di curve stupende il Forcella è anche immerso in una splendida macchia di verde che fa parte del Parco Naturale dell’Aveto.

Ripartiamo per andare a raggiungere il grosso gruppo dei ragazzi “Nordici” che ci aspettano poco prima di Rezzoaglio per poi finire su a Santo Stefano d’Aveto dove andremo a pranzare….. ma per me la giornata potrebbe terminare anche qui io sto a posto così ….

Il rientro è molto bello su passi altrettanto splendidi come il famoso Tomarlo e meno conosciuto ma affascinante Bratello (un mare di curve in pochissimi chilometri quest’ultimo) che mi portano fino a Pontremoli dove imbocco l’autostrada per tornare veloce veloce a casa.

Una giornata fantastica non so quando mi ricapiterà di vivere una nuova esperienza simile, non penso capitino spesso certe giornate andando in moto, per me è stata la prima volta ma, come per il sesso, spero di avere moooolte altre esperienze simili in futuro.

Per ora i limiti economici sono decisamente stringenti ma da allora ogni singola curva in sella alla mia Breva è diventata più affascinante, qualcosa nella mia testa, o forse è meglio dire nella mia Anima Guzzista, è scattato, è ogni curva l’approccio in modo diverso, con la solita sicurezza che è giusto mettere nel motociclare di ogni giorno in mezzo al traffico sia chiaro, ma anche la rotonda fatta per andare al lavoro è diventata improvvisamente sinuosa e sensuale.